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SI RINGRAZIA:

Nell’anno scolastico 1998-99 Anna De Nardis, allora docente presso il Liceo-Ginnasio E.S. Piccolomini di Siena, organizzò con gli studenti un seminario di approfondimento, i cui elaborati vennero esposti nel corso della Settimana scientifica (22-27 Marzo 1999) all’interno dell’edificio scolastico, dove anche si svolsero alcuni incontri legati ai temi della mostra stessa, intitolata

La donna e la natura:
dalla mitologia alla fantascienza

Per gentile concessione della Prof.ssa De Nardis, che ringraziamo di cuore, abbiamo potuto mettere a disposizione i materiali di quell’esposizione elaborati collettivamente.

Gli aspetti precipui della Dea del Neolitico – la generatrice di vita, rappresentata nella naturalistica posizione del parto; la dispensatrice di fertilità, che influenza la crescita e la moltiplicazione, rappresentata incinta e nuda; la dispensatrice e protettrice di vita o nutrimento, rappresentata come donna-uccello con seni e glutei prominenti; la reggitrice di morte, rappresentata come un nudo rigido (“osso”) – possono essere tutti rintracciati nel periodo in cui comparvero le prime sculture in osso, avorio o pietra, attorno al 25.000 a.C., e i loro simboli, vulve, triangoli, seni, chevron, zig-zag, meandri, coppelle – risalenti a un’epoca ancora più arcaica.

DeNardis-01

Statuina neolitica di una dea della Tracia.
La dea ha graffita sul triangolo pubico una doppia spirale,
linea simbolica della nascita-morte-rinascita

Il tema centrale del simbolismo della Dea si dispiega nel mistero della nascita e della morte e nel rinnovamento della vita, non solo umana ma di tutta la terra e anzi dell’intero cosmo.
Simboli e immagini si raggruppano attorno alla Dea partenogenetica (autogenerantesi) e alle sue fondamentali funzioni di Dispensatrice di Vita, Reggitrice di Morte e, non meno importante, di Rigeneratrice, e intorno alla Madre Terra, la giovane e vecchia Dea della Fertilità, che nasce e muore con la vita vegetale. Era l’unica fonte di tutta la vita che traeva l’energia dalle sorgenti, dal sole, dalla luna e dall’umida terra. In questo sistema di simboli si configura il tempo mitico, ciclico, non lineare. Nell’arte si manifesta con segni dinamici: spirali a vortice e ritorte, serpenti attorcigliati e sinuosi, cerchi, crescenti lunari, corna, semi germinati e germogli. Il serpente era un simbolo di energia vitale e rigenerazione, un’entità benevola, non malefica. Perfino i colori avevano un significato diverso rispetto al sistema simbolico indoeuropeo. Il nero non significava la morte o il mondo degli inferi; era il colore della fertilità, delle grotte umide e del suolo fertile, del grembo della Dea dove aveva inizio la vita. Il bianco, invece, era il colore della morte, delle ossa, al contrario del sistema indoeuropeo ove il bianco e il giallo sono i colori del cielo splendente e del sole. La mentalità che ha prodotto queste immagini non potrebbe in alcun modo essere confusa con la visione del mondo pastorale indoeuropeo, con i suoi dei guerrieri-cavalieri, sovrani del cielo che tuona o risplende o degli inferi paludosi, l’ideologia in cui le divinità femminili non sono creatrici ma creature avvenenti, “Veneri”, spose di dei celesti. L’arte incentrata sulla Dea, con la sua singolare assenza d’immagini guerresche e di dominio maschile, riflette un ordine sociale in cui le donne, come capi-clan o regine-sacerdotesse, ricoprivano un ruolo dominante. L’antica Europa e l’Anatolia, come la Creta minoica, erano una “gilania”. Religione, mitologie e folclore, studi della struttura sociale dell’antica cultura europea e di quella minoica riflettono un sistema sociale equilibrato, né patriarcale né matriarcale, confermato dalla continuità degli elementi formativi di un sistema matrilineare nell’antica Grecia, in Etruria, a Roma, nei paesi baschi e in altri paesi europei.

Mentre le culture europee trascorrevano un’esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C., una cultura neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale, e, dopo la metà del V millennio, perfino a ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della preistoria europea. Io la chiamo cultura “Kurgan” (in russo kurgan significa tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli edifici funebri dei personaggi importanti.

DeNardis-02DeNardis-03Assemblea di Dee Serpente.
Trovata in un vaso, probabilmente era destinata a un altare e usata
per riprodurre la celebrazione di riti.
4800-4600 a.C. Poduri-Dealul Ghindaru, Romania

L’Artemide Eileithyia greca, la Bendis tracia, la Rehtia veneta e la Diana romana, al pari del Fato ancora presente nelle credenze popolari europee – particolarmente la Laima baltica e la Brigit irlandese – sono indiscutibili discendenti della preistorica Dea Dispensatrice di Vita.
Questa Dea non ha niente a che fare con il pantheon degli dei indoeuropei. Essa deve essere sopravvissuta al processo di indoeuropeizzazione ed è giunta fino ai nostri giorni di generazione in generazione grazie alle nonne e alle madri di innumerevoli famiglie.
La Dispensatrice di Vita storica e preistorica era una Signora dei monti, delle pietre, delle acque, delle foreste e degli animali, e l’incarnazione dei misteriosi poteri della natura. In quanto padrona di pozzi, sorgenti e acque curative, era una miracolosa donatrice di salute. Nel corso della preistoria e della storia essa appare come uccellodonna, uccello o donna. Come uccello acquatico era colei che nutriva l’umanità e accresceva i beni materiali. Era la custode del benessere della famiglia e fin dal Paleolitico deve essere stata considerata l’antenata e la progenitrice della famiglia o del clan. La Dea Uccello era adorata nei santuari e nei templi. E’ chiaramente la principale Dea templare nell’Europa sud-orientale (come dimostrato ad Achilleion, in Tessaglia, nei templi datati al 6000-5800 a.C.). Che fosse una divinità del focolare fin dal Paleolitico Superiore è indicato dai ritrovamento di Mal’ta, nella Siberia centrale, dove le statuette della Dea Uccello sono state rinvenute ai margini delle abitazioni circolari in ossi di mammut . In quanto signora degli animali e di tutta la natura, essa era adorata all’aperto, sui picchi dei monti.
da Gimbutas M., “Il linguaggio della Dea”, Longanesi

DeNardis-04

Antefissa a “potnia theron” Chieti, periodo ellenistico

La religione preellenica è la religione della Terra Madre veduta sotto la specie del Femminino eterno, di cui essa è il macrocosmo mirabile, mentre le singole donne ne sono altrettanti meravigliosi microcosmi, così che tutte le vicende dell’intima vita muliebre si ripetono, immensamente ingrandite, nella immensa vita di Gaia: anche le pene e gli affanni della gravidanza ed i morsi lancinanti del parto. Perché anche Gaia non conosce riposo, essa, la dea dagli uteri innumeri e dalle innumeri mammelle, dal vastissimo petto e dal profondissimo grembo, dentro cui opera perennemente il ritmo della vita che muore e rinasce.

Ecco perché l’uomo preellenico – e possiamo ben dire mediterraneo – ha sentito così vivacemente l’arcano vincolo che univa la Terra Madre e Nutrice alla propria donna, alla sua piccola Gaia, anch’essa madre e nutrice, custode anch’essa di oscuri segreti, davanti a cui egli sostava interdetto e sgomento. Ecco perché un tale uomo intuiva nella sua donna un essere ben più di lui capace di entrare con la Terra in immediato contatto, in alacre cosciente familiarità.
I campi di queste paleocomunità matriarcali venivano arati tre volte: nel giro di un anno, ad una aratura teneva dietro una seconda, a questa – per divino consiglio di Demeter – una terza, ed ad ognuna di esse corrispondeva il fiorire di una qualità di narcisi dai densi corimbi, che Sofocle chiama «l’antichissimo serto delle due Grandi Dee », della Madre e della Figlia, di Demeter e di Persephòne, indissolubilmente legate in una duplice vicenda, assai prima che la religione agraria cominciasse a colorirsi di Mistero. Ma già nell’attributo del fiore sbocciato « sotto le celesti rugiade », di cui la dea s’incorona, è riconoscibile Persephòne preellenica, così diversa da quella che diverrà in clima acheo signora del mondo sotterraneo in una sotterranea notte : una divinità, voglio dire, vivente sì dentro un regno ipogeo, ma dove la tenebra è vinta dalla luce serena e dalle aure feconde della plaga beata, che una fede sicura nella sopravvivenza dei corpi e delle anime aveva assegnato ai mortali discesi nel seno della Gran Madre comune. Solo a questo patto Persephòne poteva cingersi alle tempia la flavizie dorata del narciso, solo a questo patto ostentare in una mano la melagrana dallo spacco purpureo, viva realtà vegetale del suo mistero di carne, tramutato esso pure in un segreto verziere.

DeNardis-05Nel noto sigillo d’un anello d’oro scavato a Micene, ma di ispirazione e fors’anche di fattura prettamente minoica, Demeter, la Terra Madre cretese, siede sotto un albero, che è l’altra sua vivente realtà, la realtà vegetale, nudi il busto e le braccia, turgidi i seni sostenuti dalla mano sinistra, la lunga gonna campanata, a balze. La mano destra alzata regge, anzi, ostenta tre steli coronati da capsule di papavero, uno degli attributi della dea, insieme con le spighe: queste coi loro chicchi, quelle coi numerosissimi semi, pegni bene auguranti di fecondità. Torna alla memoria il verso d’un poeta che perpetua, in piena età ellenistica, questo atteggiamento della antica Potnia minoica. Quattro divine assistenti nell’identico costume, due di esse piccoline, le stanno intorno portando papaveri e gigli ; nel centro del sigillo, appena sopra di lei, si libra una bipenne, l’arma caratteristica della dea, dal nome schiettamente mediterraneo(« pèlekys »); più in là, a sinistra, un poco più in alto, pure sospeso nell’aria, un personaggio maschile bilobato (il paredro). La scena è dominata da tre elementi astrali, da cui esula ogni aspetto antropomorfo : la Via Lattea (si direbbe) e, sopra, la falce lunare ed il disco solare. Il cielo è dunque presente alla scena squisitamente terrestre (nessuno dei personaggi volge gli occhi in alto), perché essa non potrebbe ignorarlo, ma culturalmente presente non è. Dirò meglio: è presente, ma nella Potnia seduta sotto l’albero sacro, perché, come vedemmo, la Potnia e la Luna costituiscono una sostanziale unità e, quanto al Sole, sappiamo ormai che egli può chiamarsene figlio. Tanto è vero, che un giorno ne diverrà pure il paredro.

Divinità in trono con colomba e coppa Ibiza, V - IV sec. a.C.

Divinità in trono con colomba e coppa
Ibiza, V – IV sec. a.C.

Quando diciamo religione della Terra Madre e religione quindi della immensa Potnia, che la incarna, vogliamo dire religione di una dea, che raccoglie in sé, compone e fonde dentro una personalità gigantesca tutti gli aspetti della terra, dalle più selvagge alle più serene e ridenti sue epifanie. E’ la dea delle millenarie foreste, delle «idai» intatte, solenni, misteriose «e taciturne verso i grandi cieli», di cui si ammantano gli altipiani dell’Asia Minore e del Libano, i massicci montuosi di Creta e dell’Arcadia con le gole impervie, con gli antri profondi, con la copia scrosciante delle acque, con la densa fauna selvatica, che di lei sperimenta volta a volta l’impeto crudele e la carezza materna. E’ la dea che ha nelle grotte la sua dimora e il suo tempio primitivo e vi rimane fedele per tutta l’età classica e l’età imperiale romana. Frequenti in Creta minoica dove, accanto a molte altre, il mito ha celebrato quelle, sacre a Rheia, del Dikte e dell’Ida, e lo speco di Eileithyia ad Amnisòs; frequentissime nell’Asia Minore, specialmente nei gruppi montagnosi del Dindymos, del Plakos, del Sipylon, dello Tmôlos, dove la Gran Madre anatolica, Kybele, portava nel nome stesso la designazione precisa di «Signora della caverna», al pari di una Potnia minore, Kalypsô, che pure ne era il più stridente contrasto: Kybele violenta, selvaggia, orgiastica; Kalypsô domestica, amorosa, sognante; sparse qua e là nella Grecia continentale, soprattutto in Arcadia, dove la grotta del monte Kyllene custodì la «mixis» di Maia e di Zeus, e anche nella Beozia, dove il delizioso antro del monte Kithairôn fu soggiorno gradito di Ietô, che ne derivò l’epiteto di «mychìa» e offerse asilo sicuro alla coppia furtiva dell’ancora vergine Hera e del fratello e futuro consorte.

E’, la Potnia, la dea degli alti pascoli, smaltati di ricchissime flore, che diventano i «giardini segreti» della sua divina magia, dimore di «dàimones» terrigeni, figli cioè del suo grembo, che le stanno intorno in qualità di assistenti fedeli : Dàktyloi, Kuretes, Korybantes, maestri di incanti e di arte maieutica, esperti del fuoco ipogeo, con cui domano i metalli nelle viscere della montagna, istitutori di vita civile sotto lo sguardo benigno della dea. Per essi, infatti, le vacche e i tori, le capre e i becchi, le pecore e gli arieti già pascolanti nella più disfrenata e riottosa libertà, erano stati raccolti in armenti e in greggi e fatti docili alla voce e al vincastro dei loro pastori.

DeNardis-07Placchetta portalampada, con dea nuda (Astarte) e protomi taurine
IX sec. a.C., Famagosta

E finalmente la Potnia è la dea delle terre arate e conquistate all’orzo e al frumento dalla tenacia femminea delle comunità matriarcali. Essa, la grande dea, veniva a visitarle, le sue piccole «potnie» che tali veramente erano in seno al loro mondo, quando «tutto odorava di molto pingue estate, odorava di raccolto», e ad esse appariva trionfale e luminosa, «fasci di spighe e papaveri tenendo in ambo le mani». Sono versi di Teocrito, ma essi perfettamente rievocano la scena festiva sopra un’aia minoica, fra il tripudio delle donne inneggianti a Demeter.

DeNardis-08

La giovane Madre Terra che sorge con le braccia levate.
Sulla testa ha un cono con capsule di papavero. Gazi, Creta, 1350 a.C. circa.

Testa di Aretusa su moneta di argento di epoca classica. Siracusa

Testa di Aretusa su moneta di argento di epoca classica. Siracusa

Un tratto fondamentale della religione preellenica è la estrema fluidità della sua grandissima Potnia. La coscienza religiosa mediterranea ignora la esistenza di compartimenti stagni fra i vari regni della natura, che per tal modo insensibilmente fluiscono l’uno nell’altro, dando luogo a continui contatti e a continue partecipazioni. Non ne va, naturalmente, escluso il regno della così detta natura inanimata, che pel Mediterraneo come per l’Australiano vive di una sua vita non meno fervida e intensa: la pietra partorisce come un grembo femmineo. Passa pertanto attraverso i quattro regni la Potnia e, pure rimanendo spiritualmente fedele ai suoi caratteri essenziali di donna, assume e depone come più le talenta gli aspetti esteriori di uno di essi o a suo capriccio li mescola, ricavandone tratti variamente e talora stranamente misti. La Demeter «nera» della grotta del monte Elaios presso Phigalìa in Arcadia ne è un tipico esempio: donna, cavallo, serpente, delfino, colomba ed altri animali ancora.
E, come la Potnia, tutti gli esseri divini e demoniaci, che da lei dipendono, possiedono la stessa virtù di metamorfosi. Rese cosi inesistenti le barriere fra i regni della natura, non v’è rapporto che non sia tra essi effettuabile, cosicché gli incontri d’amore tra esseri di regni diversi diventano il motivo dominante di un gran numero di miti.
da Uberto Pestalozza, “Eterno femminino mediterraneo”, Neri Pozza

*  *  *  *

Alla Madre degli dei
Inno omerico XIV

La madre di tutti gli dei e di tutti gli uomini
cantami, Musa canora, figlia del grande Zeus:
cui il clamore dei crotali e dei timpani, e il gemito dei flauti
sono cari, e l’urlo dei lupi e dei fieri leoni,
e i monti pieni di echi, e le selvose vallate.
Così io ti saluto col mio canto, e con te tutte le dee.

DeNardis-10La dea delle bestie selvagge
intaglio su avorio proveniente da Ugarit, XIV sec. a.C., Musée du Louvre, Parigi

Alla Natura
Inno orfico X

O Natura, madre divina di tutte le cose, industre genitrice,
celeste, antica, nume operoso, o regina
che tutto, indomabile, domi, fulgida dominatrice
onnipotente, sempre onorata, divinità suprema,
incorruttibile, primogenita, celebrata, gloriosa,
notturna, industriosa, splendente, incontenibile,
che ti aggiri qua e là con silenziosi piedi,
o santa dei numi ordinatrice, fine infinito,
comune a tutti, eppur tu sola non accomunata,
tu padre di te stessa e senza padre, splendida, gioiosa ed infinita
gradita, varia, affabile, complessa ed operosa,
che dirigi e governi e arrechi vita, o vergine nutrice,
sufficiente a te stessa, o Dike, fra le Chariti tu Peitho onorata,
che l’aer proteggi e la terra e il vasto mare,
aspra ai malvagi, a chi in te crede amica,
saggissima, benefica, dell’universo provvida regina,
che generosa nutri e poi dissolvi i maturati frutti,
tu di tutte le cose e padre e madre, nutrice ed alimento,
che soccorri nei parti, fertile, ricca di semi, impulso generante,
artefice perfetta, plasmatrice feconda, augusto nume,
che in eterno produci il movimento, abile, prudente
e con giro incessante il mobile flutto incalzi,
tu che in tutto ti effondi, ciclica, e mutando forme ti rinnovi,
tu che sola, sul bel trono onorata, il decretato adempi,
o fra i numi superni nume supremo e rombante,
o intrepida sovrana del mondo, immutabile Fato, o fiammeggiante
vita immortale, o provvidenza eterna,
tu sei tutte le cose, ché tu sola tutte queste cose produci:
ti prego, o dea,: nelle felici stagioni
portaci la pace, la salute e l’incremento di ogni bene.

DeNardis-11 Stele votiva con “simbolo di Tanit”, caduceo e falce lunare su disco solare
proveniente da Costantina. III-I sec. a.C.

«La terra contiene in sé i corpi primi grazie ai quali le fonti, da cui le acque traggono la loro freschezza, rinnoveranno senza sosta l’immenso mare; contiene i principi del fuoco: in certi luoghi la superficie del suolo s’illumina e s’incendia, e nulla uguaglia il furore dei fuochi che l’Etna proietta. Contiene anche i germi con cui fa crescere per il genere umano le bionde messi e gli alberi carichi di frutti, e fornisce alle specie selvagge erranti sulle montagne corsi d’acqua, fogliame e grassi pascoli. Per questo le è stato conferito il nome di grande madre degli dei, di madre delle specie selvagge, di creatrice dell’umanità.
Lei i sapienti poeti della Grecia antica hanno cantata [sotto le sembianze della dea che, lasciando] il suo tempio, guida un carro cui stanno aggiogati due leoni, insegnando che la vasta terra è sospesa nell’aereo spazio e non c’è terra su cui possa appoggiarsi. Le hanno associato bestie selvagge, per mostrare che ogni schiatta, per quanto feroce, si lascia addolcire e domare dai benefici dei genitori. Una corona muraria cinge la sommità del suo capo: la terra, in luoghi scelti, fortificati dalla natura, serve di difesa alle città ch’essa sostiene.
E’ adorna di questo diadema con cui ancora adesso, nel suo vasto impero, l’immagine della divina madre è trasportata tra ì fremiti della folla. Diverse genti, fedeli al culto antico, la chiamano madre del monte Ida, e le dànno per scorta torme di frigi: nella Frìgia – dicono – sono nati i primi cereali e da lì si sparsero per tutta la terra. Le assegnano gli evirati: chi ha oltraggiato la divinità di questa madre e si è rivelato ingrato verso i genitori, deve essere giudicato indegno di produrre alla luce della vita la posterità. I tamburelli tesi tuonano sotto il colpo delle palme, i piatti concavi strepitano intorno alla statua, le trombe proferiscono la minaccia del loro canto rauco, e il ritmo frìgio del flauto getta il delirio nei cuori. Il corteo brandisce le armi, simbolo d’un violento furore, per gettare nelle anime ingrate e negli empi cuori della folla il sacro terrore della potenza divina. E mentre è portata sul suo carro attraverso le grandi città, l’immagine silenziosa della dea elargisce al mortali la sua muta protezione, il bronzo e l’argento cospargono tutta la via ch’essa percorre – offerta generosa di cui l’arricchirono i fedeli; nevicano rose la cui caduta ombreggia la dea madre e le schiere che la scortano. Nello stesso tempo, gruppi armati-Curèti frigi li chiamano i poeti greci – giostrano fra loro, saltellano in cadenza, tutti gioiosi del sangue che li inonda, e i movimenti delle teste ne fanno agitare i terribili pennacchi: ricordano i Curèti dell’Ida, che un tempo – secondo la leggenda – a Creta coprirono i vagiti di Giove, mentre, intorno al dio infante, ìnfanti in armi formavano agili ronde e urlavano in cadenza, bronzo contro bronzo, nel timore che Saturno scoprisse suo figlio e lo facesse perire sotto il suo dente, portando al cuore della madre un’eterna ferita.»
Lucrezio, La natura, II , 589 – 639

cibeleCibele, Madre degli dei.
Tarda arte romana. Museo Nazionale, Napoli

«Al contrario dei Semnomi, l’esiguo numero nobilita i Longobardi: circondati da moltissimi e fortissimi popoli, si procurano la sicurezza non con la sottomissione, ma con l’affrontare il pericolo e e le battaglie. I Reudigini poi, gli Avioni, i Varini, gli Eudosi, i Suadori e i Nuitoni, sono protetti da fiumi e foreste. E niente c’è di particolare in ciascun popolo, se non il fatto che onorano tutti quanti Nerthus, cioè la madre terra, e si crede che intervenga negli affari umani e che sia trasportata in processione tra i popoli.
In un isola sull’oceano si trova un bosco non profanato, e in questo bosco un carro consacrato alla dea ricoperto da un panno; è lecito toccarlo soltanto al sacerdote. Egli percepisce la presenza della dea nella parte più interna del santuario e accompagna la dea, mentre viene tirata dalle giovenche, con molta reverenza. Vi sono allora giorni di giubilo e luoghi in festa. Tutti quelli che la dea si degna di visitare trattenendosi come ospite. Allora non si intraprendono guerre, non si impugnano armi, ogni ferro viene riposto; allora soltanto, sono conosciute e apprezzate la pace e la tregua finché lo stesso sacerdote riporti nel segreto recinto la dea, soddisfatta dei rapporti con gli uomini. Subito dopo, il carro, il panno e, se ci vuoi credere, la divinità stessa, vengono purificati in un lago appartato. Sono addetti a questo compito servi, che subito dopo, il lago inghiottisce. Di qui un arcano terrore e una sacra ignoranza di cosa sia ciò che possono vedere soltanto le persone destinate a morire.»
Tacito, Germania, XL

DeNardis-12Il Cippo di Angera, Museo Civico di Varese

 *  *  *  *

Preghiera alla Terra Madre

queste saranno le parole del canto:
Dea santa, Terra, madre della natura,
Che generi e rigeneri ogni cosa nei giorni,
Tu unica protezione delle genti,
Signora del cielo del mare e di tutte le cose,
In te la natura fa silenzio e si addormenta
E di nuovo poi riporti la luce e scacci la notte;
Tu proteggi le larve dei morti e il grande vuoto
E regoli i venti e le piogge secondo le stagioni,
E se ti piace scateni e mescoli le onde
Scacci il sole e chiami le tempeste
E di nuovo, se vuoi ci mandi il giorno glorioso;
Gli alimenti della vita tu non li fai mancare mai
E quando l’anima se ne andrà, in te ci rifugeremo:
Perché quel che ci dai, tutto ritorna a te.
E’ giusto chiamarti Grande madre degli Dei,
Il tuo amore è più grande del potere degli Dei.

Tu, proprio tu, sei la madre degli dei e delle genti
E senza di te niente cresce, niente può nascere.
Tu sei grande, o Dea, o regina degli Dei,
Io ti adoro, o divina, e invoco il tuo potere:
Concedimi benigna quello che ti chiedo
E come è giusto io ti ringrazierò.
Segui la legge, ascoltami, per favore, aiutami
Quel che invoco da te, divina, dammelo volentieri:
Le erbe, tutte quelle che genera la tua potenza
Le offri alle genti per salvarle dal male:
Tu concedimi ora questa tua medicina:
Aiutino me le virtù che vi hai infuso.
Qualunque uso ne faccia, abbia un esito buono
E quelli a cui le darò, quelli che da me le avranno
Falli essere sani…
… e ora, o divina, te lo chiedo come per me stesso,
La tua potenza lo aiuti, supplice te lo chiedo

Testo in Duff, Minor Latin Poets, Loeb Classical Library, pp. 28-29
traduzione di Roberto Gagliardi, febbraio 1999

*  *  *  *

Preghiera a tutte le erbe

Invoco ora voi, tutte le erbe che hanno efficacia,
Voi e la vostra potenza, che la Terra Madre
Generò e concesse a tutte le genti:
In voi raccolse la medicina che rende sani
Perché al genere umano tutto siate
Utilissimo aiuto. Supplice questo chiedo e invoco:
Qui venite con le vostre qualità.
Chi vi ha creato, quello mi dà il permesso
Di raccogliervi. Siate propizie a me
Che ho appreso l’arte medica, e quel che le vostre
Qualità posson fare, diano forza al medicamento.
Che sia buono e causa di salvezza. Io ve ne prego.
Proteggetemi e fatemi la grazia, con tutte
Le vostre qualità, qualunque cosa io faccia con voi,
A chiunque vi dia, chiunque da me vi riceva,
Che in un attimo abbia buoni effetti.
Ed ancora aiutatemi, che sempre mi sia concesso
Protetto dalla potenza vostra, di raccogliervi
Ed io vi porterò sacrifici e vi ringrazierò
Nel nome di Chi a voi ordinò di nascere.

Testo in Duff, Minor Latin Poets, Loeb Classical Library, pp. 28-29
traduzione di Roberto Gagliardi, febbraio 1999

 *  *  *  *

Terra,
nume divino,
Natura Madre,
tu che generi tutte le cose
e porti avanti ogni giorno il sole
che hai donato ai popoli;
Guardiana del cielo e del mare e di tutti gli dei e poteri;
per tuo influsso tutta la natura si tace e sprofonda nel sonno…

Poi di nuovo, quando a te piace, tu invii la dolce luce del giorno
e fai crescere la vita con la tua eterna sicurezza;
e quando lo spirito dell’uomo passa, a te ritorna.
E giustamente sei chiamata Grande Madre degli Dei;
Vittoria è il tuo nome divino.
Tu sei la sorgente della forza dei popoli e degli dei;
senza te niente può nascere né divenir compiuto;
tu sei potente, Regina degli dei.
Dea, io ti adoro come divina,
io invoco il tuo nome,
concedimi quello che ti chiedo,
e io renderò grazie alla tua divinità, con la fede che ti è dovuta…

Ora anche io faccio intercessione a voi,
tutti voi poteri ed erbe,
e alla vostra maestà:
io imploro voi,
che Terra la madre universale ha generato
e dato come medicina di salute a tutti i popoli
e in cui ha infuso maestà,
siate ora supremamente benefici al genere umano.
Questo io prego e imploro a voi:
assistetemi con le vostre virtù
perché lei che vi ha creato ha essa stessa stabilito
che io possa chiamarvi
con la buona volontà
di quelli a cui è stata affidata l’arte della medicina;
perciò concedete buona medicina per la salute
in grazia dei poteri sopra nominati…

preghiera contenuta in un erbario inglese del XII secolo (Brit. Mus. MS. Harley 1585, ff 12 v-13r)
citata da Robert Graves ne La Dea Bianca

*  *  *  *  *

Io fuoco della vita
m’infiammo sopra la bellezza dei campi
illumino le acque
brucio nel sole
e brillo nella luna e nelle stelle
e sveglio con l’alito dei venti
ogni cosa ripiena di vita.
Il mio alito è la vita
in tutte le erbe e in tutti i fiori.
Le acque scorrono
come se avessero in sé la vita
il sole vive di luce propria
e la luna si accende di nuovo al sole:
come viventi le stelle emanano
chiarore nella loro luce.
Genero nascosta in ogni realtà
– tutti gli esseri bruciano in me.
Così sono in tutto una forza infiammante nascosta:
attraverso me si accende e brucia il Tutto.
Tutto ciò vive nella sua essenza più profonda.
Non vi è morte
perché io sono la Vita.

Ildegarda von Bingen (1098-1179)

*  *  *  *

Fidati di madre natura, diceva mia madre, 

fidati del sole e dell’ombra 

dell’acqua e dell’aria 

della terra e delle piante 

infinitamente varie 

e anche degli animali 

che non ti faranno del male 

se li guardi negli occhi e gli dai da mangiare 

 

Fidati di madre natura, diceva mia madre, 

se hai una ferita t’offrirà un’erba speciale 

per arrestare il sangue 

e far ricrescere la pelle e la carne 

Se hai un dolore 

pensa alle stelle e al mare 

alla tenerezza dei petali alla forza 

del germoglio minuscolo che rompe la scorza 

della ghianda e della castagna 

diventerà un albero immenso 

pensa al vento e al tempo 

alla terra che pesteranno i piedini 

dei bambini non ancora nati 

da te lasciata in eredità 

la sorgente del pianto si asciugherà 

diventerà cicatrice 

 

 Amavo molto questa grande madre 

imprevedibile e imperfetta 

ma così accogliente 

così pronta a rispondere alla voglia di vivere 

a riadattarsi a modificarsi 

fluida e semovente 

come l’acqua corrente 

o i piatti di una bilancia 

fatta di cose concrete 

che si possono sentire vedere toccare 

ma anche di fantasie impalpabili 

della mente vagabonda 

che girella attorno ai cancelli 

dell’inconoscibile 

giocando a far finta di aprirli

 

Amavo molto questa madre femmina 

 duttile e democratica

 amavo molto il mio padre-compagno 

 che sapeva dire “ho sbagliato” 

 che odiava la caccia e la guerra 

 e non mi aveva battezzato 

 per non impormi un superpadre 

 

 Mi apparivan vetusti e dannosi 

 i superpadri eterni o meno 

 che s’arrogano diritti feudali 

 a etichettare incasellare spillonare 

 mettere in fila e sull’attenti i propri simili 

 e ogni movimento vivente 

 distruggendo l’autonomia della gente 

 l’ossigeno e l’acqua potabile 

 proclamandosi superiori 

 umiliando il corpo e l’amore 

 e i ritmi della natura 

 dentro schemi rigidi artificiali 

 geometrie gerarchie piramidali 

 di autorità paterne e obbedienze filiali 

 con la complicità di madri espropriate 

 

 Fidiamoci di madre natura 

 dei suoi messaggi della sua armonia 

 anche delle nostre madri 

 purché ci diano per padri 

 maschi-compagni e non maschi-padroni 

 e non aspettino un messia 

 che ha sempre ragione. 

 

 Joyce Lussu, dalla raccolta 

Inventario delle cose certe

 

 

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